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GLI AFFRESCHI DELLA CHIESA DI S.NICOLA
Castro dei Volsci fu, in un tempo remoto, storicamente importante grazie alla sua posizione strategica, come illustrato in molte rappresentazioni artistiche dell'epoca. Ruderi (romani e preromani), chiese e resti di costruzioni medievali attestano la sua antica origine, della quale, scrittori e storici di indiscusso prestigio ci hanno lasciato le memorie. Particolare attenzione merita la chiesa di S.Nicola, famosa per i suoi affreschi.
Tale chiesa esisteva a Castro già nel 1108, come testimonia una Bolla del Pontefice Pasquale II, datata 4 settembre 1108, che la annoverava tra i possessi della diocesi verolana. Numerose chiese venivano dedicate a quei tempi al Vescovo di Mira, ognuna con identiche caratteristiche di ubicazione. Al Santo venivano infatti dedicate chiese "extra moenia" in quanto egli era considerato Protettore delle mura e delle porte delle città. Anche a Castro quindi, come altrove, proprio fuori una delle tre porte (la "Porta di Ferro"), fu dedicato un oratorio al S.Vescovo, quasi a nominarlo custode dei loro focolari. Se ne avvertiva il bisogno a causa della posizione del castello di Castro in un punto chiave della difesa di campagna che lo rendeva oggetto di scorrerie e di incursioni di armati, che passando dal sud al nord (o viceversa) erano costretti a percorrere tale strada.
Castro era così importante che veniva affidato direttamente dai Papi a Castellani di provata fedeltà o addirittura ai propri congiunti. Frequentissimi erano i rapporti intercorrenti tra Castro e la sede pontificia di Anagni. Tra i castellani anagnini che tennero Castro figura un tal Nicolò, al quale è stata attribuita dal prof. Marabottini ("Commentari" n.1, rivista di critica e storia dell'arte, anno 1955) la costruzione dell'oratorio di S.Nicola. Ma, alla luce della Bolla del 4 settembre 1108, dobbiamo ritenere erronea tale ipotesi in quanto Nicolò di Anagni tenne la Castellania di Castro dal 1247 al 1264, quando, in seguito a dissensi sorti con il Pontefice Urbano IV, dovette cederla a Bernardo di Trevi,come si apprende da ineccepibili fonti storiche. Risulta quindi impossibile attribuirne la costruzione all'Anagnino. La chiesa di S.Nicola si presentava in origine più modesta di quella attuale, basta osservare le sue pareti, rozzamente costruite nel suo nucleo centrale, ma portanti i migliori affreschi, per convincersi che l'ala più antica terminava decisamente prima dell'attuale parete stessa, nella quale si apre la porta d'ingresso.
Proprio sulle pareti di questo nucleo un'ignoto artista ha effigiato, con spigliata naturalezza, episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, disponendo i primi in "cornu Epistolare" ed i secondi in "cornu Evangelii". Sulla parete absidale uno spesso intonaco, utilizzato forse allo scopo di rinforzarne la struttura, impedisce tuttora di accertare i soggetti trattati, ma da frammenti affiorati verso i due angoli si può presumere che l'opera continuasse completandosi con episodi culminanti della vita del Redentore, quasi a conclusione della figurazione corrente sulle due pareti laterali.
Sulla parete di fondo originaria nessuno saprà mai cosa aveva raffigurato il nostro artista; su quella odierna, oltre un'artistica finestra, venuta in luce durante i lavori di restauro, soltanto un S.Cristoforo di fattura abbastanza dozzinale ci dice che i più recenti custodi della chiesa intesero mantenere viva la tradizione artistica dei loro predecessori, con esito evidentemente più andante. Gli episodi tratti dal Vecchio Testamento, come dal Nuovo, corrono su due ordini di riquadri per ciascuna parete e, quelli più conservati, danno saggio completo della tecnica e delle capacità del loro autore. Il Creatore appare in principio di aspetto giovanile e solo in successive figurazioni presenta l'aspetto tradizionale. Il tutto è preceduto da un riquadro rappresentante un mare su cui si libra lo Spirito in forma di colomba: "Spiritus dei ferebatur super aquas"; un cartiglio reca uno scritto dove è ben leggibile la parola "Auctor"...due figure lo affiancano racchiuse in due cornici a forma di mandorla dal ben noto valore allegorico. La creazione continua fino a quella di Eva, che si vede sorgere al comando dell'Eterno Padre dal fianco di Adamo dormiente (Parete destra).
Nel quadro successivo abbiamo il peccato originale, la cacciata dal paradiso terrestre e l'angelo posto a guardia di esso. Da notare come il pittore abbia simbolizzato il "mangerai il tuo pane col sudore della tua fronte" fornendo di scure Adamo. Altre scene ci mostrano il sacrificio di Caino ed Abele, l'uccisione di questi, il richiamo del Signore a Caino e sotto frammenti di altre scene, purtroppo manomesse a seguito dell'apertura delle arcate in pietra che ampliarono la larghezza della chiesa primitiva, divenuta insufficiente in seguito all'accresciuta affluenza di fedeli. Da tale apertura derivò una seconda navata, più piccola della precedente e decorata da numerose immagini di Madonne, Santi e Sante, affiancati e racchiusi ciascuno in un riquadro, tutti uguali e di gusto vagamente bizantino. Nei vani degli archi e sulle colonne sono presenti altre immagini, altre Madonne e Santi, sempre richiamanti caratteri bizantini.
Due figure affiancate, un uomo e una donna, ci richiamano altre immagini più importanti, raffiguranti personaggi d'Oriente, forse sovrani, che avevano colpito la fantasia del pittore. Una Santa viene additata come S.Scolastica, un'altra come S.Agata, tutte richiamanti caratteri benedettini che, per la posizione di Castro ed i possedimenti di Montecassino in questo territorio,non potevano mancare. Proseguendo nella descrizione, incontriamo una cappella dedicata alla Vergine del Rosario, la quale conserva,in una nicchia, la statuina in legno della titolare, circondata dai quadretti, di buona fattura settecentesca, dei misteri del Rosario; un'altra cappella è decorata da pitture murali rappresentanti S.Carlo Borromeo ed altri Santi; infine una cappella dedicata a S.Lucia conserva l'immagine della Santa. Passando agli affreschi della parete sinistra, gli episodi del Nuovo Testamento in essa raffigurati si riducono purtroppo a pochi: soltanto due di essi sono quasi integri e ci danno la possibilità di apprezzare le capacità dell'autore. Nel primo di essi, l'Annunciazione, notiamo che l'Angelo, pur essendo rigido, rende efficacemente il suo avanzare verso la Vergine. Dietro la figura della Vergine vediamo apparire un terzo personaggio, l'ancella, che dall'espressione sorpresa fa desumere di essere stata testimone dell'apparizione dell'Angelo annunziante il mistero dell'incarnazione. É il caso di sottolineare che tale personaggio è presente solo in rappresentazioni molto antiche di questo episodio della vita della Vergine. Segue la visita della Vergine a Santa Elisabetta (visibile parzialmente). Meglio conservata la Natività, dalla quale è possibile desumere elementi importanti per chi voglia accertare l'epoca alla quale attribuire la decorazione della Chiesa. La Madre di Cristo riposa su di un piccolo letto, distesa; ingenua rappresentazione che ci permette di datare l'epoca di realizzazione. Tale rappresentazione della Vergine la troviamo infatti in opere di alto livello artistico, alle quali possiamo attribuire un'epoca certa: il mosaico di Santa Maria in Trastevere, una tavoletta d'avorio conservata nel museo di Londra, un Paliotto in legno della chiesa di Avià in Catalogna, un'identica rappresentazione ad affresco nella chiesetta di Castel Serio a Milano, tutte opere della fine del secolo X e XI; dopodichè la figura della Vergine nel Presepio apparirà sempre orante, estatica e non più giacente.
Da quanto detto finora, senza intenzione di critica, ma al solo scopo di richiamare l'attenzione su dati utili ad un miglior apprezzamento degli affreschi, siamo portati a credere che tale opera sia stata realizzata non da un pittore scadente, allievo del "Maestro delle Trasfigurazioni" di Anagni (come ipotizzato dal prof. Marabottini), ma bensì da un pittore più antico e di buona fama, che ha realizzato efficacemente i movimenti ed i particolari scenici ovviando anche all'inconveniente dell'immobilità delle figure, propria degli autori del suo tempo. A che scuola appartenga non sta a noi dirlo, ma raffrontando queste pitture ad altre di simile fattura, note come appartenenti alla Scuola Benedettina Cassinese, il prof. Arduino Scaccia Scafaroni di Veroli, al quale abbiamo chiesto un parere in merito, ci ha orientati verso tale Scuola, che da Montecassino si irradiò in diverse direzioni, apportando ovunque quei suoi inequivocabili elementi e caratteri. Tale ipotesi è poi rafforzata dai documentati rapporti intercorsi tra Castro e Montecassino; sono noti infatti i possedimenti che quest'ultimo deteneva nel paese di Castro; non è quindi difficile immaginare di attribuire l'esecuzione di tali affreschi a qualche appartenente all'ordine benedettino o a qualche suo discepolo.
Durante i lavori di ricostruzione dell'altare principale è stato rinvenuto un frammento di marmo, che ora figura di nuovo murato, sotto l'altare lavorato con fregi di fattura medievale. Sottoposto all'esame del prof. Arduino Scaccia Scafaroni, egli ha riconosciuto in esso un simbolo della sigla CHRISTUS di origine orientale, che in numerose opere benedettine si riscontra quasi sugello della fede di quegli artisti. Questo elemento forse dirà la parola conclusiva circa l'attribuzione degli affreschi. Un'ultima parola sull'appartenenza di S.Nicola: in tempi relativamente più vicini a noi appartenne ai Francescani; ne fa fede la tradizione, mai venuta meno, e l'annessa Porziuncola. Ad ogni modo, questo non esclude l'origine benedettina; è risaputo infatti che i Papi potevano trasferire da un'ordine all'altro i Monasteri e i Conventi ogni volta si ritenesse opportuno. Ne è la prova la chiesa abbaziale di S.Sebastiano di Alatri fondata da Servando, amico e coetaneo di S.Benedetto, che passò per ordine di Papa Gregorio IX alle suore di S.Damiano, appena fondate, nel 1233.
L'origine benedettina è confermata ancora da ciò che risulta dal Rondonini, ove dice che col subentrare dei Cistercensi in Casamari, sia l'Abbazia Benedettina che la chiesa di S.Nicola in Castro nei monti Lupedini (Lepini) passò all'officiatura dei Cistercensi.
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